STORIA DI PIEDELPOGGIO

Le origini e l'evoluzione del nostro antico borgo

Piedelpoggio: Storia, Vita e Architettura del Borgo

Sesto di Poggio Origini Medievali Ricostruzione 1703

Adagiato alle pendici del Monte di Cambio e con lo sguardo rivolto verso il Monte Tilia, Piedelpoggio deve il suo nome proprio a questa posizione: un borgo "ai piedi del poggio". A poco più di 5 km da Leonessa, faceva parte dell'antico Sesto di Poggio insieme ad Albaneto e Villa Immagine, una delle sei ripartizioni storiche del territorio leonessano. Per raggiungere il centro si percorre oggi la strada di Riovalle, ma esiste ancora il vecchio tracciato della "Via Leonessa", un collegamento storico che testimonia i legami antichi tra la frazione e il capoluogo.

Le radici del borgo affondano intorno all'anno Mille. L'aspetto attuale, però, è frutto della ricostruzione seguita al sisma del 1703 che sconvolse l'intera vallata. Camminando per la via centrale, ancora pavimentata con i sampietrini originali e intitolata al poeta-pastore Angelo Felice Maccheroni, nativo del luogo , si respira un'atmosfera d'altri tempi. Le case, sviluppate in verticale su più piani, raccontano la vita contadina di un tempo: le stalle al pianterreno (spesso scavate nel pendio), le scale esterne protette da piccoli tetti, e sopra la cucina e le camere.

Tre piazzette interrompono il percorso, creando spazi di socialità che d'estate tornano a riempirsi di voci e risate. All'ingresso del paese, Piazza Luigi Risa accoglie i visitatori con la chiesa parrocchiale della Madonna del Cerreto. La tradizione vuole che il nome derivi dal ritrovamento di una statua lignea della Vergine in un bosco di cerri: un'epigrafe nella cripta ricorda l'evento, datandolo al 1659.

Vita Sociale ed Economica

Anni '60 Allevamento

Fino agli anni Sessanta la vita qui era semplice e spartana. Case a più famiglie, soffitti bassi, piccole finestre. Si costruiva con quello che offriva la montagna: pietre calcaree, malta, travi di cerro e coppi fatti a mano.

L'economia ruotava attorno al pascolo e ai boschi. Ogni famiglia aveva le sue vacche, l'asino per i trasporti, qualche pecora o capra. C'era una tradizione chiamata "la piega": ogni mattina il bestiame veniva radunato in piazza e portato al pascolo a turno, secondo il numero di capi posseduti. Questa usanza è sopravvissuta fino agli anni Settanta, quando un'epidemia di febbre maltese decimò gli animali.

Anche l'agricoltura aveva un'anima collettiva: i campi erano di uso comune, la trebbiatura si faceva insieme sulle aie, e il grano si trasportava a dorso d'asino con la "carriola", una struttura in legno tipica del luogo.

Negli anni Cinquanta arrivò la svolta: l'apertura della fabbrica di legname BOSI a Leonessa cambiò tutto. Molti lasciarono i campi per lavorare in fabbrica, altri partirono verso le città. Un tempo qui c'erano tre alimentari, una fiaschetteria, due macellerie e un tabaccaio. Oggi quelle botteghe non ci sono più, ma lo spirito di comunità resiste, soprattutto d'estate, quando il borgo torna a vivere.

Economia Tradizionale

Allevamento

Economia basata su ovini, caprini e bovini. Ogni famiglia possedeva vacche da lavoro, asini e piccoli ruminanti.

Agricoltura Comunitaria

Terre collettive, trebbiatura comune, trasporto con asini e "carriola" in legno.

L'Amministrazione Autonoma: L'Università Agraria

Costituita 1929 Beni Civici

Piedelpoggio vanta una lunga storia di autonomia nell'amministrazione del proprio territorio grazie all'Università Agraria, costituita nel 1929 insieme a quelle di Santo Vito e Albaneto. Il termine "università" deriva dal latino universitas civium, ovvero la totalità dei cittadini che costituiscono un comune, inteso come un insieme di famiglie e individui che si uniformano a un medesimo diritto societario come unico corpo politico. L'Università Agraria ha il compito di amministrare i beni di uso civico (boschi e pascoli) e fa parte della Comunità Montana Montepiano Reatino.

La ricostruzione della storia amministrativa è stata complicata dalla distruzione di gran parte dei documenti da parte delle truppe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, presso la sede dell'Amministrazione è conservato con cura l'unico registro delle deliberazioni scampato alla distruzione, risalente al 1944, che testimonia una notevole vitalità civica.

La storia dell'Università Agraria dimostra quanto possa incidere nella vita economica e sociale di una frazione il forte senso di appartenenza al proprio territorio da parte degli abitanti. In particolare, per la costruzione dell'acquedotto (1947), opera di estrema necessità per la vita di uomini e animali, tutti gli abitanti contribuirono economicamente. Anche la manutenzione delle strade interne nel 1948 vide i cittadini prodigarsi con entusiasmo, prestando molte ore di lavoro gratuito.

Interventi Significativi nel Dopoguerra

Costruzione dell'Acquedotto
1947

Avvio del progetto per la costruzione dell'acquedotto, un'opera di primaria necessità per la quale tutti gli abitanti contribuirono economicamente, dimostrando un forte spirito di comunità.

Manutenzione Strade Interne
1948

Manutenzione delle strade interne del paese, un'occasione per "lenire la disoccupazione locale" con il contributo gratuito di molti cittadini.

Edificio Polifunzionale
1949

Acquisto di uno stabile per adibirlo a scuola, ufficio dell'Università Agraria e ufficio postale, centralizzando i servizi essenziali per la comunità.

Modernizzazione Servizi
Anni '50

Istituzione della ricevitoria postale, installazione di un impianto "fonotelegrafico", riparazione della fontana vecchia (risalente al 1660) e costruzione di un nuovo abbeveratoio.

Questi interventi dimostrano il forte senso di appartenenza e l'impegno della comunità nel migliorare la qualità della vita, nonostante le crescenti difficoltà.

Sviluppo Recente e Prospettive Future

Progetto 1998 Macchia Grande Obiettivo 5/b

Anche in tempi più recenti, l'Università Agraria ha continuato a promuovere progetti per la valorizzazione del territorio. Una delle iniziative più ambiziose è stata, nel 1998, l'avvio di un progetto di conversione ad alto fusto per il bosco in località Macchia Grande, finanziato con fondi regionali (Obiettivo 5/b). Dopo un lungo iter, l'appalto fu aggiudicato il 3 dicembre 1999 all'impresa "Palma Verde", rappresentando, nelle parole dell'allora Presidente, "il primo gradino di un prosperoso avvenire e di un risveglio della frazione". I lavori furono completati nel 2003 e oggi il bosco continua a offrire i suoi frutti in termini di legnatico e prodotti del sottobosco.

Oggi, l'amministrazione prosegue il suo impegno nella manutenzione delle strade rurali, nella costruzione di recinzioni e nel rimboschimento. La storia di Piedelpoggio rappresenta un esempio virtuoso di come l'attaccamento al proprio territorio e il forte senso di appartenenza possano generare sviluppo e resilienza. La comunità, pur affrontando le sfide tipiche delle aree montane, continua a custodire con orgoglio le proprie tradizioni e a lavorare per il futuro del borgo.

L'Incastellamento e la Nascita di Leonessa

IX-X secolo Carlo I d'Angiò 1278 36 Ville

La vallata leonessana non è mai stata un unico centro, ma un mosaico di villaggi, le "Ville", disseminati tra pianura e montagne. Ben 36 insediamenti, che ancora oggi formano le frazioni del comune.

Nel 1278 Carlo I d'Angiò decise di unificarli. L'obiettivo era strategico: creare un baluardo contro Spoleto e lo Stato Pontificio, consolidando il confine nord-occidentale del Regno. Come era già accaduto con L'Aquila (fondata da Federico II) e Cittaducale, anche qui gli Angioini radunarono la popolazione in un nuovo centro, ma lasciarono a ciascun villaggio il controllo delle proprie terre.

Nacque così l'Università di Leonessa: gli abitanti della conca si trasferirono attorno alla torre di Ripa, nella valle del fiume Corno. Questo processo, detto "incastellamento", univa i borghi più piccoli ai centri maggiori, garantendo sicurezza e migliori collegamenti.

"L'Università o Universitas, era un'entità collettiva e federativa con leggi, statuti, diritti e doveri uguali per tutti. Ad essa presiedeva un consiglio composto dai capifamiglia dei villaggi incastellati ed era retta da amministratori i camerlenghi, priori, sindaci ecc. scelti e rappresentativi di ciascun clan etnico"

Con l'incastellamento si univano anche le leggi, i pesi, le misure. Lo storico Antinori descrive così il fenomeno nella sua "Raccolta di memorie Istoriche":

"Si fecero in questo anno (1230) tante specificazioni di distretti di ville e di uomini, perciò che sotto il Regno degli svevi si erano cominciate a fare le incastellazioni. Si chiamavano così le unioni dei Castelli più piccoli alle città vicine o ai Castelli più grandi e confinanti, acciocché gli abitanti vivessero con maggior sicurezza e comodo. Era una specie di ascrizione del Castello minore all'Agro o territorio dei Castello maggiore e più ricco. In vigore di esso tutti gl'incastellati entravano a parte di tutti i comodi, utili e pesi che solevano avere gli altri Castelli della Città o Terra incastellante, tanto in tempo di pace, quanto di guerra. Per conseguenza, come se fosse l'istesso campo, venivano ad avere comuni e promíscue le leggi e gli statuti sull'annona, i pesi e le misure, i mercati, gli opportuni sussidi e tal genere di altre cose. Avevano l'aspetto di una pubblica confederazione..."

Leonessa divenne dunque una "pubblica confederazione, con leggi e statuti comuni". Eppure, sul territorio, ogni villaggio mantenne la propria identità. Una comunità politicamente unita, ma geograficamente frammentata, un equilibrio che dura ancora oggi.